L’uomo zapping
Circa una decina di anni fa,
Win Wenders a chi gli chiedeva di commentare i cambiamenti che erano avvenuti
negli ultimi anni nell’uso della televisione, affermava: "C’è un’intera
generazione di bambini che vive davanti al piccolo schermo passando di continuo
da un canale all’altro, dedicando più o meno cinque secondi a ogni singolo
programma per paura di perdere qualcosa di importante su un altro canale. In
realtà non guardano: semplicemente ricevono quel che appare sullo schermo, senza
seguire nulla. Un po’ come saltare da un programma all’altro: appena si ha la
sensazione di aver capito quello che sta succedendo qui, adesso, si passa subito
ad un altro canale. Vent’anni fa era diverso, le nostre menti funzionavano in un
altro modo fino agli Anni Settanta, voglio dire, i pensieri delle persone non
saltellavano con tanta frenesia." Peter
Greenway, affermava, in maniera più perentoria che il 1983, anno nel quale è
databile l'invenzione del telecomando televisivo, è il punto di non ritorno di
questa "rivoluzione epocale". Ma da cosa ci volevano mettere in guardia questi
due grandi maestri del cinema? Perso il senso del racconto, le immagini stesse
sono divenute l’unica narrazione possibile da proporre allo spettatore
televisivo. Lampi, inquadrature isolate, scene che non hanno alcun nesso l’una
con l’altra. Il nuovo codice televisivo ha decretato che le immagini devono
susseguirsi affannosamente l’uno all’altra, senza un attimo di respiro. Il senso
di questa scelta? Addomesticare, disinnescare, disabilitare il pensiero dello
spettatore. Zapping, ecco l’atto magico che si materializza ogni qual volta
siamo davanti allo schermo televisivo. Dotato di un telecomando lo spettatore,
da "homo sapiens" è diventato di colpo "homo videns"! Ma in una civiltà
governata dal flusso ininterrotto delle immagini, come sono cambiate le campagne
elettorale dei politici nostrani? Nell’era
pre-Mediaset le famose "tribune elettorali" (dirette dall’anodino Jader
Jacobelli) erano l’unico spazio democratico dove era possibile assistere al
confronto, spesso aspro e serrato, tra i contendenti degli opposti schieramenti.
Nell’era dello zapping, i politici, che sfilano nei salotti televisivi, tutti
lustrati a lucido e con la faccia sempre sorridente, hanno appreso che lo
spettatore televisivo non resta incollato più come un tempo allo stesso canale
televisivo. Che fare? Di colpo
tutti (o quasi) hanno mutato rotta. Perché scaldarsi tanto se nella mente e
nelle pupille dello spettatore resterà impressa solo la loro icona?. Nessuno si
sforza a formalizzare un pensiero, una proposta, un’idea, certi che riproporre
la propria icona sullo schermo televisivo vale molto più di mille parole.
Eppure, continuo a credere che tra coloro che accendono l’apparecchio televisivo
in questi giorni, nel pieno della campagna elettorale, c’è chi continua a
mantenere una vigilanza del pensiero. Sono certo che quando questi
telespettatori incroceranno sullo schermo alcuni dei politici nostrani,
ribaltando quanto detto finora, penseranno alla splendida affermazione di
Douglas Sirk: "Ho imparato a fidarmi dei miei occhi più che della vacuità
delle parole.