Intervista a Sigourney Weaver

 

Per tutti è Sigourney, nome che ha ereditato da un personaggio de “Il grande Gatsby” di Scott Fritgerald. In verità, per l’anagrafe è Susan Alexandra. Ospite del Napoli Film Festival, Sigourney Weaver ritorna nella nostra città dopo molti anni

 

«Mio padre amava molto la storia romana. Per questo motivo ha chiamato mio fratello Traiano e voleva chiamarmi Flavia. Venni a Napoli quando avevo sedici anni e visitammo Pompei, Paestum e altri luoghi stupendi. E’ stato molto emozionante ritornare in questa splendida città. Mentre ero qui pensavo che sarebbe bellissimo ambientare in un isola del golfo di Napoli “La tempesta”»

 

Nella sua lunga carriera ha interpretato trenta film e ricoperto sia ruoli drammatici (“La morte e la fanciulla”) che leggeri (“Una donna in carriera”, “Ghostbuster”) ma per l’immaginario collettivo resterà l’indimenticabile protagonista della serie “Alien”. Questo ruolo non le è rimasto appiccicato troppo addosso?”

 

«Penso che “Alien” sia stato un film che mi ha aiutato e non mi ha danneggiato. Con i quattro film della serie mi sono arricchita da un punto di vista di esperienza professionale ed ho avuto la fortuna di essere diretta da quattro registi formidabili. Sto pensando ad un quinto episodio che chiuderebbe “Alien” e vorrei che fosse diretto da un regista indipendente. Credo che abbiamo bisogno tutti di film di fantascienza che ci costringono, in qualche modo, a lasciare così il nostro pianeta».

 

Con quale regista italiano avrebbe voluto lavorare?

 

«Mi avrebbe fatto molto piacere lavorare con Fellini, artista che amo e che credo sia stato inimitabile. Ho lavorato con molti italiani, direttori della fotografia e li ho trovati strepitosi. A differenza delle pellicole prodotte dalle Majors, credo che il cinema indipendente americano debba moltissimo a quello italiano ed europeo».

 

A proposito diresti europei. cosa ricorda della sua esperienza con Polanski?

 

«E’ stata molto affascinate. Ci siamo visti a Roma, prima delle riprese del film ed abbiamo parlato a lungo del personaggio che avrei dovuto interpretare. Roman gira le scene in ordine cronologico ed ama così tanto gli attori che non organizza mai in maniera rigida le scene, ma li ascolta e lascia loro molto spazio».

 

L'Articolo. Redazione napoletana del "L'Unità" - 15-6-2005

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