
Aspettando Godot
Tutti conoscono la piece
teatrale “Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Pochi ne conoscono la genesi. Una
leggenda narra che l’idea gli venne in mente il giorno in cui s’imbattè in un
capannello che seguiva il Tour de France, all’angolo di una strada. Quando
chiese cosa stessero facendo, si sentì rispondere: “Aspettiamo Godot”, che era
il ciclista più anziano (e lento) della gara. Storie a parte,
nell’immaginario collettivo Godot, per antonomasia, rappresenta l’uomo che tarda
ad arrivare e che si aspetta invano. Sarà lui che mi guiderà in questa
accorata riflessione. In un’intervista al quotidiano La Repubblica del 19 marzo,
Gabriele Salvatores ragionava intorno al suo prossimo film “Quo vadis, baby” che
uscirà nelle sale a maggio. Il pluripremiato regista napoletano, sconsolato,
affermava: “Il personaggio maschile è un reduce, uno che adorava l’anima
anti-borghese di “Ultimo tango a Parigi” e voleva fare il regista ma è finito ad
insegnare cinema al DAMS di Bologna. Pieno di rinunce, di bugie, di viltà. Siamo
una generazione che ha fatto una sola rivoluzione, quella dei comportamenti, dei
capelli lunghi, delle scarpe da ginnastica. Poco, su tutto il resto non abbiamo
cambiato niente. (…) Perché una cosa che non è mai cambiata, i rapporti di forza
nello snodo fondamentale della diffusione delle idee. Noi abbiamo pensato alle
forme ma trascurato i poteri strutturali.(…) Io so che sto venendo meno alla
responsabilità paterna, quello di dare indicazioni, anche quella di fare da
sparring partner, proprio come Clint Eastwood in “Million dollar Baby” ai nostri
figli. (…) Diceva il Che: non si vive senza utopie. Ma chi te le fornisce? Una
religione, una filosofia sociale, un genitore.” Le dure dichiarazioni di
Salvatores, a mio parere, fanno il paio con la più bella frase pronunciata ne
“Il resto di niente” (il fortunato romanzo di Enzo Striano) tradotto
recentemente sullo schermo dalla napoletanissima Antonietta De Lillo. Nel film,
incentrato sulla protagonista Eleonora Pimentel Fonseca, il filosofo Gaetano
Filangieri, commenta il senso della Rivoluzione mancata e per rincuorarla,
affettuosamente, le dice: “I padri sono quelli che camminano avanti e mostrano
la strada. Non importa, se poi, vengono uccisi dai figli.”
Perché questi rimandi a Gaetano
Filangieri ed a Gabriele Salvatores? Fatte le dovute differenze, i personaggi
citati ci ricordano che, in un’epoca di grandi sconvolgimenti storici e sociali,
la classe politica che è al potere, non solo ha il compito di “governare” ma
anche quello di “guidare” le nuove generazioni verso obiettivi alti e ricchi di
grande tensione morale. I nostri politici nostrani, sono, invece, nel migliore
dei casi degli oscuri burocrati e dei pallidi amministratori, capaci di
affollare, con le loro facce da bronzo, i salotti di Vespa o di qualche altra
televisione locale. Che manchi un “Padre” nel panorama politico italiano,
non sono di certo io il primo a sottolinearlo. Eppure, c’è da chiedersi, come
mai, in tutti questi anni, non si sia comparso un politico capace di che
isolarsi dal resto del coro, che prospetti nuovi ideali ed orizzonti culturali
da conquistare. Chi scrive non conosce ancora l’esito elettorale ma è certo che,
anche questa volta, Antonio Bassolino avrà raccolto una messe di voti. Ed è
proprio a lui che rivolgo il mio appello. In questi ultimi decenni, l’ex sindaco
è salito agli onori della cronaca, ha proposto un “ristyling” della città, ha
governato, diretto, “comandato”. In questo nuovo mandato, non si lasci attrarre
dalle beghe del potere. Incarni quella figura di “ideologo”, di “pensatore” che
tanto manca nel panorama politico italiano. Se così non fosse, si adoperi a
promuovere l’ascesa di persone che ne hanno la stoffa e le capacità. E
nell’augurargli un mandato privo di inside e di tranelli, propongo un pensiero
alla Catalano. E’ meglio essere ricordato come l’ennesimo “Governatore” o come
quello di un grande “Pensatore”. Nell’attesa, emulando Samuel Beckett, al
ciglio di una strada, aspetto Godot.
La Voce della Campania"
- Numero 4- Aprile 2005
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