Ringu

di Hideo Nakata con Nanako Matrhushima, Yuko Takeuchi, Hiroyuki Sanada– Giappone – 1998 – Durata 96’

 

Yoko Tsui racconta alla sua amica Tomoko (Yuko Takeuchi) una storia terrificante. Un bambino in vacanza a Izu non volendo perdere una trasmissione in TV, programma il videoregistratore e quando va a visionare il nastro, gli appare una donna sullo schermo che gli dice: “Tra una settimana morirai”. Squilla il telefono ed una voce femminile gli dice: “Ormai lo hai visto” ed il bambino, come indicato nella profezia, muore dopo una settimana. Tomoko è senza parole ed atterrita le confessa che anche a lei è accaduto una cosa simile. Cala una cappa di gelo. Tomoko muore e con lei periscono, lo stesso giorno, anche Yoko e Iwata, due ragazzi che avevano visto con lei quel video. Yoko Tsui ha il terrore di entrare in una stanza dove c’è una TV, crolla ed è ricoverata in un ospedale psichiatrico. Reiko (Nanako Matrhushima) una giornalista, cugina di Tomoko, decide di indagare. Ed è grazie a Ryuji (Hiroyuki Sanada) il suo ex marito che riuscirà a mutare il corso degli eventi.

Film cult della nuova ondata del cosiddetto “horror dagli occhi a mandorla” che ha avuto già due sequel: The ring diretto nel 2002 da Gore Verbinski e The ring 2 diretto nel 2005 dallo stesso Nakata. L’inizio è sconcertante, ma i ripetuti colpi di scena non imprimono alla pellicola le giuste accelerazioni. Pregevoli stilisticamente i flashback in bianco e nero che riportano all’oscura vicenda di Yamamura Shizuko (una veggente creduta una pazza visionaria e sottoposta dal dottor Ikuma a dei test psicologici) e di sua figlia Sadako, una bambina che, quaranta anni prima, aveva ucciso un uomo con la sola forza del pensiero. Nakata non è Cronenberg ed il suo film sui guasti della televisione non è dissacrante, malsano e visionario come Videodrome. Tratto dal romanzo di Suzuki Koji.

 

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