Pontelandolfo, un eccidio dimenticato

 

Si sa la storia la scrive chi vince ma già nel 1920 Antonio Gramsci, suggerendo una rilettura critica degli eventi culminati poi nell’Unità d’Italia, così tuonava:“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartandole, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che, scrittori salariati, tentarono d’infamare col marchio di briganti”

Grazie al film di Florestano Vancini “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”, ai più è noto l’eccidio avvenuto il 10 agosto 1860 nella piccola cittadina ai piedi dell’Etna, per mano delle truppe garibaldine, capitanate da Nino Bixio. E’ trascorso un secolo e mezzo ed una sospetta ed ingiustificabile coltre di silenzio è calata, invece, su un altro infame e vile eccidio, compiuto nel 1861 ai danni degli abitanti di Pontelandolfo ed immortalato in una struggente e rabbiosa canzone degli Stormy Six.

Gli storici ricordano che il 7 agosto di quell’anno, nel corso della festa di San Donato, alcuni “briganti”, provenienti da Casalduni e da altri paesi limitrofi del beneventano, dopo aver inneggiato ai Borbone, calpestarono lo stemma sabaudo, assaltarono e bruciarono l’esattoria Comunale, compirono dei saccheggi e costituirono un nuovo governo. L’11 agosto quarantacinque soldati, capitanati dal tenente Luigi Augusto Bracci, si diressero nella cittadina per sedare i disordini ma furono uccisi. Informato dei fatti, il generale Cialdini inviò a Pontelandolfo, con l’ordine di raderla al suolo, quattro compagnie di bersaglieri, capitanati dal maggiore Pier Eleonoro Negri e dall’ufficiale Carlo Melegari. Alle luci dell’alba, i bersaglieri colsero di sorpresa gli abitanti e, dopo aver violentato le donne, uccisi vecchi e bambini, rubato ori e denari, incendiarono e distrussero il paese.

“Sono soddisfatto, afferma il dottor Cosimo Testa, tenace sindaco della cittadina, che Pontelandolfo abbia ottenuto il logo di “luogo della memoria per le celebrazione dell’Unità d’Italia”. Quando ho saputo che Vicenza aveva intitolato una lapide a Pier Eleonoro Negri, ho scritto al sindaco della città ed al direttore de “Il giornale di Vicenza”, per chiedere che la lapide fosse rimossa e la figura storica del maggiore riletta alla luce dei crimini commessi. Fino ad oggi non ho ricevuto nessuna risposta. Affinché non si disperda il ricordo di quei tragici avvenimenti, é intenzione della municipalità erigere una stele che commemori i martiri del 14 agosto e di intitolare una strada ai fratelli Tommaso e Francesco Rinaldi, filo-piemontesi, che quel giorno, per impedire l’assalto al paese, andarono incontro ai bersaglieri ma furono uccisi a fucilate. Ho chiesto, inoltre, al ministro La Russa che Pontelandolfo sia riconosciuta come “cittadina martire della sofferta e dolorosa unità d’Italia” ma, fino ad oggi, non ho avuto alcun riscontro”. Ma l’indomito e battagliero sindaco non si da per vinto. “Se nessuno mi autorizza, decreterò io stesso Pontelandolfo “cittadina martire”. E se qualcuno si oppone mi dovrà documentare le ragioni del dissenso.”

 

Stralcio dall’articolo pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno – 15-10-2010

 

 

 

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