Lisbon story di Wim Wenders

 

Un tempo, per ragioni commerciali le pellicole venivano girati negli Studios. Hollywood la faceva da padrona e la nostra piccola e grande Cinecittà le teneva fieramente testa. In questi luoghi di culto tutto era ricostruito fedelmente; palazzi, strade, fontane, mare e persino le montagne. Ci fu poi la Nouvelle Vague che riscoprì la lezione del Neorealismo e decretò nuovamente il bisogno di riprendere la machina da presa in spalla e di filmare, dal vivo, la realtà. Negli Anni Sessanta, invece, per dare un certo appeal ai B-movie italiani, i registi nostrani furono costretti a girare in giro per l’Europa; ambientare una vicenda a Londra o a Madrid piuttosto che a Treviso o a Forlì ammantava di un certo fascino la pellicola e, grazie alle co-produzioni, era anche garantito un certo ritorno economico. Nacquero allora le classiche location serializzate; Montecarlo per i film sul gioco d’azzardo; il deserto spagnolo per gli spaghetti western, Napoli per i musicarelli e Pompei per i peplum-movie. La storia del cinema ci ricorda, quindi, che i registi più scalcinati hanno sempre dovuto, gioco-forza, adeguarsi alle esigenze della produzione a dispetto di quelli più affermati che godendo di una maggiore flessibilità, potevano decidere dove girare il loro film.  Ci sono autori che ritornano, ossessivamente, sempre sui loro luoghi d’infanzia, chi non mette mai il naso fuori dalla propria città natale ed altri ancora che, ispirati da un luogo, non possono ambientare la stessa storia in nessuno altro posto del mondo. “Devi andare dove i film ti costringono ad andare anche se fai fatica a trovare quel posto che hai nella tua mente.” mi diceva, tempo fa, Giuseppe Tornatore. Sulla sua stessa lunghezza d’onda è certamente Wim Wenders che in un ‘intervista pubblicata in “Psycho cult”, il mio ultimo volume, mi disse: Quando faccio un film è perché sento che ho una necessità. Quello che mi è sempre capitato da quando ho iniziato a girare i primi film è che amo viaggiare e quando mi trovo in un luogo se sento che questo mi attrae e che riesco ad avere un rapporto particolare con quel posto, allora inizio a pensare ad una storia da raccontare. Improvvisamente la storia mi viene e so che può essere raccontata solo in quel luogo. Non nasce dentro di me prima la storia e poi il luogo dove girarla ma il contrario.”

Chi conosce la produzione cinematografica di questo straordinario regista giramondo sa benissimo che non sarebbe mai potuto esistere “L’amico americano” senza Amburgo, “Paris Texas” senza i deserti californiani, “The Million dollar hotel” senza Los Angeles, “Hammett, indagine a Chinatown” senza San Francisco e “Buena vista social club” senza Cuba.

Lisbon story” (1994)  è forse la testimonianza più assoluta di come il visionario regista tedesco sia riuscito a trarre da una città la linfa necessaria per la propria ispirazione. La trama è presto detta. Philip Winter (Rudiger Vogler) un tecnico del suono riceve una misteriosa cartolina di Friederich (Patrick Bauchau) un suo vecchio amico regista che lo invita a raggiungerlo a Lisbona per la lavorazione di un film. Dopo varie peripezie Philip raggiunge Lisbona ma non ha più notizie dell’amico. Nell’attesa, inizia a registrare suoni per la città e fa amicizia con un gruppo musicale (i Madredeus) che sta incidendo la colonna sonora del film e con un paio di  ragazzini che gli ronzano fastidiosamente intorno. Trasformatosi in detective, Philip riesce a mettersi sulle tracce di Friederich e scopre che il suo amico, dopo aver girato centinaia di metri di pellicola, ha abbandonato il suo progetto, consapevole che ormai ogni immagine è irrimediabilmente contaminata dallo sguardo dell’uomo. Con il suo fascino Lisbona l’ha rapito, stregato, ipnotizzato, mandandolo ancora più in crisi: “Io amo questa città! Lisboa…e c’è stato un tempo in cui veramente l’ho vista di fronte ai miei occhi. Ma puntare una cinepresa è come puntare un fucile ed ogni volta che la puntavo mi sembrava come se la vita si prosciugasse dalle cose. Ed io giravo, giravo, ma ad ogni colpo di manovella la città si ritraeva  spariva sempre di più, come il gatto di Alice. Nada!”  Sarà grazie a Philip che Friederich riprenderà nuovamente a girare. Wenders gira idealmente il sequel dello “Lo stato delle cose”, pellicola da lui diretta nel 1982 ma, abbandonati i toni cupi e disperati di allora, impagina un film solare, ironico e stilisticamente perfetto. Lisbona, con i suoi vertiginosi squarci, ripresi in bianco e nero e virate seppia, fa da filo conduttore alla vicenda. La sublime colonna sonora dei Madredeus e le struggenti e melanconiche citazioni a Fernando Pessoa fanno di “Lisbon story”, una delle più poetiche metariflessioni sul cinema. Può ancora esistere, ai giorni nostri, un cinema puro ed innocente come lo era al tempo di Dziga Vertov? Da sottolineare il gustosissimo cammeo di Manoel De Oliveira che discetta sui rapporti tra cinema, memoria ed immaginario ed un toccante omaggio a Federico Fellini.

 

dalla Rivista "Eidos- Cinema, Psiche ed arti visive" Numero 7

 

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