Lisbon
story di Wim Wenders
Un tempo, per ragioni
commerciali le pellicole venivano girati negli Studios. Hollywood la faceva da
padrona e la nostra piccola e grande Cinecittà le teneva fieramente testa. In
questi luoghi di culto tutto era ricostruito fedelmente; palazzi, strade,
fontane, mare e persino le montagne. Ci fu poi
Chi conosce la produzione
cinematografica di questo straordinario regista giramondo sa benissimo che non
sarebbe mai potuto esistere “L’amico americano” senza Amburgo, “Paris Texas”
senza i deserti californiani, “The Million dollar hotel” senza Los Angeles,
“Hammett, indagine a Chinatown” senza San Francisco e “Buena vista social club”
senza Cuba.
Lisbon story” (1994)
è forse la testimonianza più assoluta di come il visionario regista tedesco sia
riuscito a trarre da una città la linfa necessaria per la propria ispirazione.
La trama è presto detta. Philip Winter (Rudiger Vogler) un tecnico del suono
riceve una misteriosa cartolina di Friederich (Patrick Bauchau) un suo vecchio
amico regista che lo invita a raggiungerlo a Lisbona per la lavorazione di un
film. Dopo varie peripezie Philip raggiunge Lisbona ma non ha più notizie
dell’amico. Nell’attesa, inizia a registrare suoni per la città e fa amicizia
con un gruppo musicale (i Madredeus) che sta incidendo la colonna sonora del
film e con un paio di ragazzini che gli ronzano fastidiosamente intorno.
Trasformatosi in detective, Philip riesce a mettersi sulle tracce di Friederich
e scopre che il suo amico, dopo aver girato centinaia di metri di pellicola, ha
abbandonato il suo progetto, consapevole che ormai ogni immagine è
irrimediabilmente contaminata dallo sguardo dell’uomo. Con il suo fascino
Lisbona l’ha rapito, stregato, ipnotizzato, mandandolo ancora più in crisi:
“Io
amo questa città! Lisboa…e c’è stato un tempo in cui veramente l’ho vista di
fronte ai miei occhi. Ma puntare una cinepresa è come puntare un fucile ed ogni
volta che la puntavo mi sembrava come se la vita si prosciugasse dalle cose. Ed
io giravo, giravo, ma ad ogni colpo di manovella la città si ritraeva
spariva sempre di più, come il gatto di Alice. Nada!” Sarà
grazie a Philip che Friederich riprenderà nuovamente a girare.
Wenders gira idealmente il sequel dello “Lo stato delle cose”, pellicola da lui
diretta nel 1982 ma, abbandonati i toni cupi e disperati di allora, impagina un
film solare, ironico e stilisticamente perfetto. Lisbona, con i suoi vertiginosi
squarci, ripresi in bianco e nero e virate seppia, fa da filo conduttore alla
vicenda. La sublime colonna sonora dei Madredeus e le struggenti e melanconiche
citazioni a Fernando Pessoa fanno di “Lisbon story”, una delle più poetiche
metariflessioni sul cinema. Può ancora esistere, ai giorni nostri, un cinema
puro ed innocente come lo era al tempo di Dziga Vertov? Da sottolineare il
gustosissimo cammeo di Manoel De Oliveira che discetta sui rapporti tra cinema,
memoria ed immaginario ed un toccante omaggio a Federico Fellini.
dalla Rivista "Eidos-
Cinema, Psiche ed arti visive" Numero 7