L'uomo che non c'era di Joel Coen- USA - 2001

 

1949. Ed Crane (Billy Bob Thornton) un uomo di mezz’età, taciturno e riservato, lavora come barbiere nel negozio di suo cognato Franz (Michael Badalucco). Il suo matrimonio con Doris (Frances McDormand) è naufragato da un pezzo e lui non da molto peso al fatto che lei si consola tra le braccia di Big Dave Brevster (James Gandolfini) il suo principale. Un giorno nella bottega di Ed si presenta Creighton Tolliver (Jon Polito) un signore che gli prospetta che il futuro è nel lavaggio a secco e che sta cercando un socio che metta del capitale nell’impresa. Ed intuisce che questa idea potrebbe, finalmente, dare una svolta alla propria grigia esistenza ed allora escogita un piano; con una lettera anonima minaccia Big Dave di spifferare tutto a sua moglie e gli chiede in cambio diecimila dollari. Intascati i soldi, diventa socio di Tolliver ma qualcosa non va per il verso giusto e Big Dave, dopo aver creduto che Tolliver sia il suo ricattatore, lo uccide. Nel corso di una lite Ed ammazza Big Dave e Doris è arrestata ed accusata dell’omicidio. In sua difesa è chiamato il famoso avvocato Freddy Riedenschneider (Tony Shalhoub) ma il giorno del processo, lei s’impicca. La vita di Ed procede senza scosse fino a quando non è ripescato il cadavere di Tolliver. Accusato dell’omicidio è condannato alla sedia elettrica.

Grazie alla straordinaria fotografia di Rober Deakins, ad una sceneggiatura praticamente perfetta (scritta con il fratello Ethan) a dei dialoghi intensi e calibrati, Joel Coen confeziona un capolavoro che ti riconcilia con il grande cinema (in bianco e nero) di un tempo. Come ogni noir che si rispetti il destino è il vero protagonista della pellicola. Come ricorda Cain nel suo splendido romanzo Il postino bussa sempre due volte, la sorte è sempre in agguato ed il silenzioso Ed finisce arrosto per un delitto che non ha commesso.  Il  film si apre con la voce fuori campo del protagonista che si presenta così allo spettatore:“Già, lavoravo in una bottega di barbiere ma non mi sono mai considerato un barbiere. Ci sono inciampato dentro o meglio ancora mi ci sono sposato. L’impresa non era mia; come si dice, per me era solo un lavoro. Era una topaia di neanche venti metri con tre sedie o postazioni anche se ci lavoravamo solo in due. Franz , mio cognato, era il barbiere capo. Ragazzi quanto chiacchierava. Io invece non parlo, molto. Io taglio solo i capelli.”

Con queste poche ma fulminanti battute i Coen sgombrano immediatamente il campo da ogni equivoco e ci mostrano Ed come una persona anonima e taciturna, un uomo la cui Storia gli passa accanto senza sfiorarlo e la cui vita gli scorre addosso senza lasciargli traccia: "Ero come una fantasma che cammina per strada: ero un fantasma, non vedevo nessuno e nessuno vedeva me". Ed non si ribella al tradimento della moglie, non rompe il muso al suo amante ma, impermeabile ad ogni emozione, continua, come se nulla, a tagliare capelli nella piccola bottega da barbiere del cognato. Una sola volta nella vita prova a mutare il proprio destino e decide di fare il grande salto con il lavaggio a secco, ma la dea bendata lo punisce, voltandogli le spalle. E quando Franz e Big Dave, scoprono che era al corrente del tradimento della moglie, non possono fare a meno di urlargli in faccia la medesima frase:“Ma che razza di uomo sei?”. L’unica persona che gli scalda il cuore è la tenera Birdy (Scarlett Johansson) per la quale sogna un’improbabile carriera  da pianista. Come ogni noir che si rispetti il film è attraversato da un’atmosfera vagamente onirica, ambigua ed irreale ma i Coen rivisitano il genere e lo depurano dalle ambientazioni notturne, utilizzano un bianco e nero terso e non sporco come era in voga  nelle pellicole degli Anni Quaranta e mandano in soffitto le classiche dark-lady di turno ed i poliziotti privati dalla pellaccia dura e dalla pistola facile.  Sullo sfondo la follia che divora la moglie di Big Dave che a Ed confessa: “Tu lo sai che a me e a Big Dave Brevster piaceva stare all’aria aperta: C’era un disco volante e lo hanno catturato, lo sa anche il Governo.” Indimenticabile il passaggio quando Freddy Riedenschneider teorizza intorno al principio di indeterminazione di Eisenberger: "C'è questo tizio, in Germania, Fritz qualcosa… non lo so… o forse mi pare Werner, comunque…La sua teoria è che se vuoi verificare qualcosa scientificamente… i pianeti che girano intorno al sole, di cosa sono fatte le macchie solari, perché l'acqua esce dal rubinetto… devi osservare il fenomeno. Ma, il semplice guardare, alcune volte, il guardare cambia il fatto e tu non puoi sapere cosa sia successo nella realtà o che cosa sarebbe successo se tu non avessi ficcato il tuo grosso naso. Perciò non ha senso chiederci cosa è successo…Il semplice guardare cambia il fatto. Si chiama principio d'indeterminazione. Sembra un'idea bislacca ma anche Einstein l'ha presa in considerazione. La scienza, la percezione… la realtà, il dubbio…il ragionevole dubbio. Sto dicendo che alcune volte più guardi e meno conosci. E' un fatto, è provato, è un fatto e comunque è l'unico fatto appurabile. Questo crucco ha buttato giù anche una formula…" E se queste sua acute affermazioni non fossero altro che una metariflessione sulla visione ed un invito rivolto allo spettatore a lasciarsi andare al flusso ininterrotto delle immagini? Premio della Giuria (ex aequo con Mulholland Drive di David Lynch) al Festival di Cannes 2001. David di Donatello 2002 come miglior film straniero.

 

dalla Rivista "Eidos- Cinema, Psiche ed arti visive" Numero 10
 

  

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