Giulia non esce la sera di Giuseppe Piccioni

 

Guido (Valerio Mastrandrea) scrittore di successo, sposato con Benedetta e padre di Costanza, una ragazzina obesa ed introversa, è candidato con il suo ultimo romanzo al prestigioso premio letterario Malaspina. Ai bordi di una piscina incontra Giulia (Valeria Golino) un’inquieta e misteriosa istruttrice di nuoto che sta scontando, in regime di semi-libertà, una pena di sette anni, per aver ucciso un uomo che voleva abbandonarla e per il quale aveva lasciato marito e figlia. Tra i due scatta un amore nutrito da piccoli gesti, da timide confessioni e da teneri sguardi. L’incontro con Giulia non scuoterà Guido dal torpore esistenziale che lo attanaglia e che lo porterà ad allontanarsi sempre più dalla moglie; Giulia, dopo mille tormenti, rivede la figlia sedicenne e quell’incontro muterà, definitivamente, il corso del suo destino.

Sin dal suo debutto, Piccioni si è mosso con passo felpato sullo schermo, proponendo storie intime, sospese, ammantate di spiazzante e dolorosa umanità. Dopo cinque anni di silenzio il regista marchigiano non tradisce se stesso e, fedele all’idea di un cinema sobrio, raffinato, privo di fronzoli e svolazzi, ci ripropone l’incontro tra due anime solitarie, infelici e “fuori dal mondo”. Da un lato Guido, un uomo inconsistente, senza qualità, con le emozioni al silenziatore, scrittore per caso, spettatore della propria vita e (forse) alla ricerca di se stesso; dall’altro Giulia, una donna pulsante, costretta a rientrare di sera in carcere ed a consumarsi, giorno dopo giorno, all’idea di non poter più riabbracciare la figlia.

Per tutto il film, indolente ed impermeabile alle dolenti confessioni di Giulia, Guido continua, imperterrito, ad inanellare vasche su vasche, a fortificare i muscoli ed il corpo, senza irrobustirsi dentro. Invece, di ricercare i motivi che hanno trasformato il suo matrimonio in una tomba e chiedersi perché i suoi fan non terminano mai la lettura dei suoi romanzi, messe sotto chiave le emozioni, preserva la propria esistenza da scosse ed affanni. Convinto che nessun evento gli farà perdere la propria stabilità, a Giulia confiderà: "Guarda che non riesci a tirarmi giù. Nemmeno tu ci riesci". Giulia è, invece, il suo opposto; si è tuffata a pieni polmoni nella vita e per obbedire al proprio cuore in fiamme, rischiando il tutto per tutto, ha seguito l’uomo che amava, tradendo gli affetti più cari; nel dolente finale, assaporato il vuoto, l’inutilità e l’insensatezza della propria esistenza, sceglie di non scendere a compromessi con se stessa.

Piccioni non vuole impaginare una storia eroica e muscolosa, fatta di scatti, rabbia, ribellioni e, disertato il finale ottimistico, in punta di piedi e senza clamore, descrive il travaglio interiore dei protagonisti, punteggiando la narrazione con dei continui rimandi metaforici all’acqua che, come ricordava Freud ne “L’interpretazione dei sogni” (1909), rinvia, inevitabilmente, per inversione, al ri-nascere. Piccioni ambienta la vicenda ai bordi di una piscina ma senza sposare desuete suggestioni psicoanalitiche (il ritorno illusorio e regressivo dei due protagonisti nell’utero materno?) lascia intuire che solo in quello spazio (amniotico?) protetto Guido può, finalmente, svuotarsi e sentirsi piacevolmente sommerso da “pensieri senza peso” e Giulia confidare: “Solo nell’acqua sto bene”.

Il film è girato con raro equilibrio e, più che per il plot narrativo, affascina e ti scava dentro per le diverse suggestioni che evoca nello spettatore e che spingono a porsi, inevitabilmente, degli interrogativi sulla funzione stessa del dispositivo cinematografico.

Nella  prima parte del film Piccioni inserisce all’interno del plot principale due sottostorie, sospese tra l’onirico ed il surreale; la prima (melanconica, poetica e struggente) su un uomo, timido ed indeciso, che s’innamora perdutamente della giovane e solare commessa di un negozio di ombrelli e la seconda che ruota intorno ai turbamenti di un prete e di una ragazza libera e spregiudicata che si esibisce, nella lap-dance, in un locale notturno. Anche se avulse dal plot principale e considerabili, per certi aspetti, solo un mero esercizio ornamentale e di decoro, le due sottostorie illuminano come fulgide comete la narrazione e costringono lo spettatore a tenere per tutto il tempo il naso incollato allo schermo. Come Sheherazade, l’eroina de “Le mille e una notte”, Piccioni con queste due sottostorie sembra voler nutrire l’insaziabile desiderio dello spettatore cinematografico di essere travolto da un inarrestabile flusso di storie e, strizzando l’occhio all’indimenticabile racconto “Il sentiero dei giardini che si biforcano” di Jorge Luis Borges, ci ricorda che un film non può ruotare solo su una singola storia. E se Fellini confessava un tempo che “ogni film porta in se stesso le tracce di un'altra storia che avrebbe potuto raccontare e che non si è deciso a sopprimere.”, Piccioni sembra far sua questa incontrovertibile affermazione del maestro riminese, trad(uc)endola, “ipso facto”, sullo schermo.  

“Giulia non esce la sera” si colloca nel solco della migliore tradizione del cinema italiano d’autore ma non è privo di nei e la sceneggiatura, scritta a quattro mani con Federica Pontremoli, pecca di un’asimmetria tra il primo tempo (praticamente perfetto) ed il secondo, un po’ troppo trattenuto, melanconico ed inesploso. Valeria Golino conferma la tendenza che la vede, pellicola dopo pellicola, sempre più sicura dei propri mezzi; Valerio Mastrandrea si cala alla perfezione in un ruolo che avrebbe meritato (forse) uno sguardo più disperso, enigmatico ed incerto. Nel cast una magnifica Piera Degli Esposti, Sonia Bergamasco, Domiziana Cardinali e Jacopo Domenicucci, nei panni di un pittoresco ragazzino, fidanzato con Costanza,  accanito lettore di  Kafka ed appassionato delle canzoni di Richard Anthony. Piccola citazione ad “Una giornata particolare” di Ettore Scola. Colonna sonora dei Baustelle impreziosita dalle indimenticabili Tu me fais tourner la tête” di Edith Piaf e J’entends siffler le train” di Richard Anthony. Sui titoli di coda “Piangi Roma” cantata da Francesco Bianconi e Valeria Golino.

 

Recensione pubblicata su  Segno Cinema - Numero 157 - Maggio- Giugno - 2009  

 

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