Elogio della pigrizia
Napoli è una città che ha il culto del caffè, da consumarsi in piedi ed in fretta, bevanda calda in netta contrapposizione al più flemmatico the inglese che ha bisogno di essere gustato, accompagnato da pasticcini, seduto, tranquillo in poltrona. Che dire di quel negozio che c’era a Piazza Dante il cui titolo emblematico era “Vaco e pressa”?
E come dimenticare il serafico e
filosofico Luciano De Crescenzo che al cinema, in un memorabile “Così parlo
Bellavista”, irrise alla fretta atavica dei napoletani confezionando
un’irresistibile gag dove il protagonista bacchettava in una tabaccheria un
ragazzo che andava “di fretta” e chiedeva a viva voce un espresso per permettere
alla sua lettera di arrivare al più presto a destinazione. Per non parlare,
infine dei proverbi, frutto della saggezza popolare che stigmatizzano
perfettamente la contrapposizione tra gli svantaggi della fretta: “A
gatta pe' gghji' 'e pressa, facette 'e
figlie cecate” e la bontà della
lentezza: “Chi cammina chiano fa
la bona jornata”,
Ed è proprio a quei napoletani
“inguaribilmente” frettolosi che va segnalata
Pieghevole, flessibile, arrendevole. E’ questa l’accezione etimologica il termine “lento”, dal latino “lentus”. Con il passare del tempo quella che era una qualità insita in tale vocabolo è stata stravolta e tale termine è diventato sinonimo di indolenza e di pigrizia.. Siddartha, nel romanzo omonimo di Herman Hesse formula quella che potremmo definire una propria definizione della lentezza :“Io so pensare. So aspettare. So digiunare “. Per il Taoismo il segreto della felicità è “lasciarsi fluire”, non opporsi, non desiderare di essere o avere quel che non si è e ciò che non si ha”
Se l’Oriente ha messo
al centro del proprio pensiero il concetto di lentezza, all’opposto, l’Occidente
ha contributo ad ammantare tale termine e quello di pigrizia in senso
dispregiativo.
Il primo ad occuparsi specificamente di “pigrizia” fu Paul Lafargue, un intellettuale cubano, guascone e scanzonato, noto per aver sposato Laura, la figlia di Karl Marx. In un suo saggio, “Il diritto all’ozio”, del 1883, provocatoriamente, sconfessando ed irridendo le teorie del genero , affermava: “Gli operai, cadendo nelle trappole della borghesia trionfante, sono scesi addirittura al punto di proclamare come un principio rivoluzionario, il diritto al lavoro “ e spingendo la propria incoscienza fino a reclamarlo con le armi in pugno . Invece che il diritto al lavoro, che non è altro che il diritto alla miseria, occorrerebbe proclamare il diritto alla pigrizia”.
Ma cosa s’intende più precisamente per esser pigri? Roland Barthes, nella sua raccolta di scritti “La grana della voce” inserisce un capitolo dal titolo“Osiamo esser pigri“.
Il suo invito non è semplicemente quello di rallentare i ritmi frenetici della nostra vita, di rimanere tutta la giornata a poltrire a letto o di non spadellare freneticamente in cucina. Tutt’altro. E cita una poesia Zen.“Seduto pacificamente senza far nulla, viene la primavera e l’erba cresce da sola “ Per Barthes, la vera pigrizia è un non decidere e significa arrivare, in alcuni momenti, a non dover più dire “Io”. Il godimento è l’annullamento del soggetto. Essere pigri, secondo questa prospettiva, è appunto, per riprendere la metafora proustiana, essere come la madeleine che si disgrega lentamente nella bocca, che in quel momento è pigra. Il soggetto si lascia disgregare dal ricordo e solo allora può riprendere contatto con le emozioni sopite e seppellite dall’oblio del tempo.
In un’epoca in cui tutti, chi più chi
meno, vivono ossessionati dalla velocità, dai ritmi frenetici della vita
quotidiana, in attesa che nella nostra città si organizzino in futuro
manifestazioni che elogiano “alla lentezza”, napoletani, almeno il 28 febbraio
evitiamo di farci la barba o di truccarci di corsa, di riempire l’agenda di
mille impegni, di fare più cose contemporaneamente. Del resto il napoletanissimo
Armando Curcio, nel suo capolavoro“A che servono questi quattrini” non ci
aveva già suggerito la sua personalissima ricetta antistress?
“C’è gente che lavora tutta una
vita per riposarsi a settant’anni. Io ho un sistema diverso: riposo
quaranta-cinquanta anni e a settant’anni, se sarà il caso, forse allora lavoro”.
Stralcio dall’articolo pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno – 27-02-2011