Donne di camorra
Impegnato da diversi anni nello studio degli aggregati criminali di stampo mafioso, il sociologo e criminologo Alfredo Grado ha dato recentemente alle stampe il suo ultimo volume: “Camorra. Da crimine organizzato alla riorganizzazione dei crimini” (Edizioni Universitarie Romane – pag 118, 15,00 Euro).
Come mai nel suo volume ha dato così grande spazio alle donne di camorra?
“A differenza della cultura
mafiosa che ha tramandato l’immagine della donna succube e vittima; le donne di
camorra sono tessitrici di rapporti ed in grado di gestire il potere in luogo di
mariti o fratelli. Potrei citare Teresa Deviato, rimasta vedova nel 1991 per
l’uccisione del marito per mano dei killer, Maria Licciardi che, in diverse
occasioni, ha gestito gli affari illeciti del suo clan, Erminia Giuliano,
sorella dei fratelli malavitosi di Forcella, accusata di essere una delle donne
più spregiudicate della camorra napoletana e Rosetta Cutolo, cresciuta nel mito
del fratello Raffaele.”
Le donne di camorra. non fungono, allora, da vestali del focolare, da ombre silenziose dei loro mariti?
“Niente affatto. Non solo le
donne di camorra non si sottopongono sempre al maschio di casa o ma spesso ne
condividono il comando, ne sposano l’ideologia, prendono decisioni autonomamente
e, se necessario, li aizzano l’uno contro l’altro. Tra le donne in trincea per
difendere i beni e le proprietà del clan, citerei, Anna Vollaro, nipote del boss
del clan di Portici, Luigi Vollaro, che si uccise dandosi fuoco nell’ottobre del
2003 dinanzi ad alcuni poliziotti per protestare contro il sequestro ordinato
dal Tribunale della sua pizzeria.”
Quali altri aspetti più
nascosti ha analizzato?
“Ho dato spazio alla
presenza simbolica del sangue nei rituali d’affiliazione, tipico elemento
derivante dalla società arcaica ed il ruolo delle icone religiose. Un esempio
per tutti l’omicidio di Carmela Attrice: gli assassini dopo averla uccisa
a colpi di pistola si sono fermati sotto la statua di Padre Pio quasi per
lasciar intendere al santo che l’esecuzione che avevano compiuto era
indispensabile per la sopravvivenza dell’attività del clan. Per non parlare dei
tatuaggi votivi, i braccialetti costruiti con grani di rosario come quello
celebre di don Lorenzo Nuvoletta”.
Perché secondo lei il
bisogno di appartenenza ad un clan rimanda a dei problemi d’identità presenti
all’interno dei gruppo familiari d’origine del camorrista.
“Sono partito da che cosa si
nasconde dietro l’asserzione di molti giovani camorristi napoletani: “Io
apparteng’a…”. Penso che per questi soggetti la possibilità di far parte di
un gruppo, temuto e protetto, dia loro un senso di identità che le loro famiglie
d’origini non sono stati in grado di garantire. Infine, partendo dalle
testimonianze di Carmine Schiavone, Salvatore Migliorino, Umberto Ammaturo e
Salvatore Stolder, collaboratori di giustizia, ho cercato di mettere in luce
come alcuni fattori quali la descolarizzazione, le insufficienti condizioni
economiche, l’essere cresciuti in alcuni specifici quartieri di Napoli o della
provincia, abbiano finito per influenzare, irrimediabilmente, i loro percorsi di
vita.”
Lei ha citato dei nomi storici della camorra napoletana. Nel corso dei diversi colloqui con loro che impressione ne ha tratto ?
“Le loro storie sono per
molti aspetti diverse. Carmine Schiavone ha iniziato la sua carriera intorno ai
venti anni, Salvatore Migliorino a dodici. Schiavone mi ha espresso la
consapevolezza di aver compiuto delle scelte che erano il frutto distorto della
realtà. Adesso lui non crede più che per avere successo nella vita bisogna
conquistare un certo potere nell’organizzazione criminale e soprattutto si
rammarica di non aver dato ascolto a suo padre. Quello di Migliorino invece, il
destino era per certi aspetti già segnato. La sua famiglia, economicamente in
difficoltà, era già implicata nel contrabbando.”
E di Stolder e di Ammaturo
cosa ricorda?
Nel corso della detenzione
in carcere Umberto Ammaturo ha riletto la propria vita, mutando profondamente la
propria visione del mondo. Salvatore Stolder è rimasto fedele ai suoi ideali di
un tempo.”
Articolo pubblicato su Il
Napoli – Epolis – 19-2-2007