
L’aria salata
di Alessandro
Angelini con Giorgio Pasotti, Giorgio Colangeli, Michela Cescon, Katy Saunders –
Italia - 2006 – Durata 87’
Colpevole
di omicidio, Luigi Sparti (Giorgio Colangeli) è condannato a scontare trent’anni
di carcere. Ne ha già trascorsi venti in cella ed un giorno è trasferito a
Rebibbia dove lavora come educatore Fabio (Giorgio Pasotti), il figlio che ha
abbandonato da piccolo e con il quale, dopo la condanna, ha tagliato i ponti.
Luigi non riconosce Fabio che, turbato e confuso, decide di non rivelare al
padre la propria identità, né di farne cenno ad Emma (Katy Saunders), la sua
dolce fidanzata. Dopo aver confidato alla sorella Cristina (Michela Cescon) la
scottante verità pedina con lo sguardo il padre, lo osserva e lo scruta. Fabio
lascia trascorrere del tempo prima di spiattellagli la verità e quando Luigi,
per ottenere la semi-libertà, finge di essere epilettico, non lo smaschera e gli
fa ottenere un giorno di permesso durante il quale si guardano negli occhi,
spremono i loro cuori e si riconciliano definitivamente. Il finale è tragico ed
inatteso.
Partendo da un’esperienza
personale come volontario nel carcere di Rebibbia, Angelini, all’esordio dietro
la macchina da presa, squarcia il panorama del cinema italiano
con questa pellicola intensa e convincente, scritta con stile asciutto ed
incisivo. Il regista lavora per sottrazione e si affida ai silenzi e a gli
sguardi in macchina dei protagonisti che, sin dalle prime battute, si cercano e
si scrutano. Il film è ben calibrato ed in ogni inquadratura traspira la
nostalgia per una figura paterna a cui Fabio ha dovuto rinunciare per tutta la vita
Dopo aver rivelato ad Emma di essersi
imbattuto nel proprio padre, Fabio le confessa:“Mi
è mancato tutto, anche le cose più semplici; una passeggiata in bicicletta,
sentire le partite alla radio con lui la domenica, mi sono mancate le sue mani.
Come si fa a crescere senza mai essere presi in braccio, mai?”.
Nel corso del film Fabio accusa l’anziano genitore di non aver
risposto alle lettere che gli aveva inviato in carcere, di essersi sottratto
alle sue responsabilità di padre e di aver scaricato tutto sulla madre. L’uomo
non vacilla neanche un istante ed a muso duro, lui gli risponde:
“Ci hai avuto un padre così, con chi te
la vuoi prendere? Ma che ti credi che all’improvviso, dopo venti anni mi metto a
fare il padre? Non sapevo nemmeno se eravate vivi o morti. Ve dovevo cercare io?
Non lo sapevate dove stavo. Che pensavate che m’ero nascosto?” Non mancano i
momenti teneri e struggenti; su tutti quelli dove Luigi racconta al figlio come
mai l’ha chiamato Fabio: “Io e tua
madre non sapevamo come chiamarti ed allora ho pensato:
Scendo per strada ed il primo che mi saluta
gli do il nome suo. Solo che non incontravo nessuno che conoscevo ed
allora continuo, continuo…Indovina chi mi saluta per primo? Fabio, lo spazzino.
Ci aveva una cultura e poi era l’unico che aveva un lavoro onesto nel quartiere.
E poi Fabio è un bel nome. C’era un vicino di casa che si chiamava Settimio.”
Il film è praticamente
perfetto ma pende forse un po’ troppo dalla parte di Sparti ed il suo gesto
estremo (si suicida per non rientrare in carcere lanciandosi in mare con l’auto
davanti agli occhi del figlio) lo ammanta ancora di un alone un po’ troppo
romantico ed eroico. Meritatissimi
David di Donatello 2007 a
Giorgio Colangeli come miglior attore ed a Donatella Botti come miglior
produttore.
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