Alla luce del sole di Roberto Faenza - 2005

Spirito indomito e battagliero Don Pino Pugliesi (Luca Zingaretti) ritorna su indicazione del vescovo di Palermo nel quartiere Brancaccio dove era nato e si batte per evitare che i bambini diventino manovalanza per la mafia. Uno di essi, Domenico (Pierlorenzo Randazzo) inizia a dargli una mano ma il padre, vecchio amico d’infanzia di Don Puglisi, legato alla mafia, gli vieta di frequentare la parrocchia. Cocciuto e testardo, il “parrino” si impegna nella costruzione di un Centro d’accoglienza supportato da suor Carolina (Alessia Goria) suor Elena, suor Anna e da Gregorio (Corrado Fortuna), un giovane prete e da decine di volontari. Dopo aver lanciato i suoi strali contro il potere politico, colluso con la malavita locale, divenuto sempre più scomodo ed ingombrante Don Puglisi è ucciso dalla mafia, all’età di cinquantasei anni, il quindici settembre, il giorno del suo compleanno. La vicenda de Alla luce del sole è una di quelle che "disturba" lo sguardo dello spettatore. e che ti lascia addosso solo lividi e bruciature. Faenza non attacca frontalmente lo Stato ed una certa classe di politici ma il suo grido di dolore è ugualmente lacerante e trafigge egualmente le carni. “La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio", affermava, un tempo, Milan Kundera nel suo Libro del riso e dell’oblio” e, per questo motivo, va dato a Faenza il merito di aver riportato all’attenzione di tutti la tragica vicenda di Don Parrisi. Per dar maggior risalto alla storia del protagonista Faenza utilizza (volutamente) una scrittura visiva senza svolazzi e lustrini e bandisce fronzoli e movimenti di macchina. Il Don Puglisi (Peppino di nome come l’Impastato immortalato nei I Cento passi di Marco Tullio Giordana) che appare sullo schermo non è un super-eroe bensì un uomo impolverato e sporco di vernice che da solo lotta per strappare i bambini del quartiere a "la mala educacìon" imposta dalla mafia.. Il regista torinese introduce nella narrazione alcuni equivalenti simbolici che rimandano alla vita di Cristo (il primo piano del crocefisso prima dell’uccisone del prete-coraggio, il papà del parroco, artigiano come Giuseppe, la prostituta accolta in chiesa come Maria Maddalena…). A rendere ancora più inconsolabile la trama, le vili uccisioni dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che campeggiano tristemente sullo sfondo. Faenza s’ispira a due volumi: Don Puglisi, vita di un prete palermitano ucciso dalla mafia di Francesco Deliziosi (Mondadori -2001) ed A testa alta di Bianca Stancanelli (Einaudi - 2003). Dedicato ai bambini di Palermo (forse) i veri protagonisti della pellicola. Buona la prova di Zingaretti che si scrolla di dosso la maschera del commissario Montalbano e dà vita ad un sofferto e credibile Don Puglisi.

 

Per l'intervista completa a Roberto Faenza, l'antologia della critica e della critica online del film si rimanda al volume di Ignazio Senatore: "Roberto Faenza Uno scomodo regista" - 2012 -Falsopiano Editore

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