Alla fine della notte

di Salvatore Piscicelli con Ennio Fantastichini, Ida Di Benedetto, Roberto Herlitzka, Ricky Tognazzi, Elena Sofia Ricci, Toni Bertorelli, Stefania Orsola Garello – Italia – 2003 – Durata 93’

 

Bruno Spada (Ennio Fantastichini) regista-attore, in piena crisi affettiva e professionale è in rotta con sua moglie Fiamma (Stefania Orsola Garello) e deve ancora digerire lo smacco per il suo ultimo film, risultato un clamoroso fiasco al botteghino. Per rigenerarsi e provare a fare un po’ di chiarezza dentro se stesso,, decide allora di fare un tuffo nel proprio passato e di raggiungere Napoli, sua terra d’origine. Come prima tappa si ferma in Toscana da Viola (Elena Sofia Ricci) una sua ex  fiamma che anni prima, divisa tra l’amore per lui e per Filippo (Ricky Tognazzi) aveva deciso di sposare quest’ultimo. Ma anche il loro matrimonio è agli sgoccioli da quando il marito la tradisce con una donna più giovane di lei e Bruno, dopo aver respinto le sue avance, continua il proprio viaggio ed a Napoli rivede il suo amico Carlo Costa (Toni Bertorelli) che lo rincuora, gli infonde un po’ di speranza e lo spinge nuovamente a riprendere a filmare.

Piscicelli, autore colto, cita Leopardi, Catullo, Kavafis ed impagina un film intriso di disperato pessimismo e venato da una passiva rassegnazione. Bruno è una persona alla ricerca di se stesso, con un dolente passato alle spalle; la madre (Ida Di Benedetto) faceva la prostituta e sua sorella, dopo essere stata violentata dal padre, si era suicidata quando era ancora una bambina, lanciandosi in un pozzo. I dialoghi sono curati e quando Bruno accenna a Carlo alla fatica che deve compiere ogni giorno per dare un senso alla proprie esistenza, si sente rispondere: “Che c’è di tanto sconvolgente in questo? E’ la vita. Stai invecchiando, hai paura e come tutti ti aggrappi a quello che trovi. E’ la vita; un giorno è gioia ed un altro giorno è obbrobrio. Soltanto una cosa c’è da fare; smettere di farsi la guerra, accettarsi per come si è. E’ il nostro karma. Non siamo nati per fare gli asceti e dopo si può anche fare una scoperta importante; che se smetti di farti la guerra, smetti di fare la guerra anche agli altri. Mi sembra un buon passo avanti.”

Il film si chiude con un finale che rimanda a Lisbon Story di Wenders; è solo grazie alla videocamera che Bruno ritrova quel soffio di vitalità perduto che gli da la carica per riprendere un vecchio seduto su una sedia nella piazza del suo paese.

Da segnalare in apertura del film una brevissima sequenza nella quale Bruno chiede al suo amico psicoanalista (Roberto Herlitzka) dove ha messo il lettino. Dopo aver sfoderato un beffardo sorriso, lo psicoanalista gli  risponde: “L’ho regalato ad un giovane collega. Non mi va più di contribuire a patologizzare il mondo. Così finalmente potrò muovermi; viaggiare, scrivere. Sai da dove viene la parola terapia? Dal greco che vuol dire servo”. Non ho più voglia di fare il servo di nessuno.”

 

 

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